La Cina vuole una nuova legge per regolamentare l'uso della sua forza armata nel mondo

Per quasi 60 anni, le autorità cinesi avevano diffamato l'interventismo internazionale occidentale, e in particolare l'interventismo americano, giurando sui suoi grandi dei che il paese non avrebbe mai seguito l'esempio americano di creare basi militari ovunque nel mondo. Ma, nel 2015, Pechino ha annunciato la creazione di un grande base militare nel piccolo stato di Gibuti, che ospita già una base americana e una base francese, e che il PLA dispiegherebbe lì fino a 10.000 uomini permanentemente, creando una prima distorsione, e di dimensioni, nelle convinzioni cinesi così a lungo proclamate. Sembra che oggi il Paese sia pronto a fare un nuovo passo, con il nuovo disegno di legge che disciplina l'uso della forza armata, al fine di sostituire il vecchio testo risalente al 1997, e ora ritenuto obsoleto alla luce degli sviluppi geopolitici.

Come spesso, il nuovo testo sottolinea soprattutto le capacità difensive del Paese, e sulla possibilità di ricorrere a una mobilitazione totale o regionale per difendere la sua integrità territoriale qualora fosse minacciato. Un segno dei tempi, comprende anche un'intera sezione sulle possibilità di intervento del PLA in un quadro giuridico internazionale, all'interno di missioni incaricate dall'ONU, in modo da proteggere le popolazioni e la pace, e per lottare contro terrorismo. Ma al di là di queste dichiarazioni ascoltate, che però dimostrano che oggi Pechino ha grande fiducia nell'efficacia delle sue forze armate, i cambiamenti più importanti rispetto alla dottrina del 1997 possono essere riassunti in poche parole da completare il perimetro di impiego delle forze armate, essendo queste parole, in realtà, portatrici di profondi mutamenti nell'uso che sarà fatto del PLA negli anni a venire.

L'inaugurazione della base navale cinese a Gibuti nel 2019 ha permesso di ospitare sulla nuova banchina in acque profonde costruita per questo scopo cacciatorpediniere Tipo 052 e un LPD Tipo 072.

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